Da Berlino un aiuto alla Primavera Araba

Gli attivisti della rete da mesi sostengono i movimenti che si battono per la libertà in Medio Oriente. Si preoccupano di garantire collegamenti sicuri a internet, anche quando i regimi autoritari li bloccano.

Una camera in un appartamento condiviso a Friedrichshain, quartiere di Berlino. Un minuscolo tavolino e un Notebook con davanti un “nerd” con cresta blu e occhiali a montatura quadrata. Questo è l’aspetto delle truppe ausiliari elettroniche della primavera araba, delle rivoluzioni in TunesiaEgitto e così via.

Stephan Urbach ha occhi piccoli, a causa del poco dormire dice, e per questo si ristora con un sorso di Club-Mate. Questa bevanda, dolce e ricca di caffeina, è la preferita di molti attivisti nottambuli.

Fino alla fine dello scorso anno Urbach conduceva una vita da impiegato presso l’impresa on-line AOL: nella sezione “Supporto Tecnico” aiutava i clienti dell’azienda in tutto il mondo.

E in qualche modo si occupa ancora di “supporto tecnico”, solo che ora i suoi “clienti” si chiamano Mohammad o Ahmad. E ora, rispetto a prima, ricevere un messaggio nel suo appartamento di Berlino lo elettrizza molto di più. E lo rincuora anche, perché ogni messaggio significa che i Mohammad e gli Ahmad possono ancora andare on line, invece di essere torturati o giacere in carcere. Perché è questo quello che succede o che è successo a molti blogger e dissidenti digitali, anche in presunti regimi post-rivoluzionari come l’Egitto.

Urbach, 31 anni, porta una T-Shirt nera con dei fulmini stampati sopra. Questo è il simbolo di “Telecomix”, una rete libera di “hacker” internazionali con base in Svezia, la cui richiesta principale è internet libero e non censurato. Il primo progetto degli attivisti, risalente a tre anni fa, ha avuto come obiettivo influenzare gli emendamenti della Svezia della legislazione europea sulle telecomunicazioni.

Durante il movimento di protesta in Iran nel 2009 e durante la rivoluzione dei gelsomini in Tunisia Telecomix ha funzionato soprattutto da agenzia di notizie. Gli attivisti della rete linkavano le pagine dei dissidenti e dei blogger che sfidavano i rispettivi regimi autoritari e i giornalisti schierati dei media ufficiali. Più tardi, dopo il 27 gennaio, Telecomix non è stata più solo il moltiplicatore delle voci critiche. Fu quello infatti il giorno in cui il regime di Mubarak chiuse internet in Egitto. Il black-out di internet durò più giorni.

Il blocco di internet da parte di Mubarak ha fatto da sveglia ai supporter.

Questa goffa e disperata azione ha dimostrato che il dittatore autoritario considerava una minaccia i web-ribelli e i loro mezzi di comunicazione, e che il suo regime stava tremando davanti agli incitamenti alla mobilitazione attraverso i social network e agli articoli dei blogger.  Il contrattacco tcnico di Mubarak ha scosso molti attivisti della rete e hacker – per molti di loro questa è stata la sveglia per iniziare a fare qualcosa di concreto. Per questo nel frattempo è sorto un movimento molto vivace, di cui Telecomix è solo una delle tante iniziative.

Gli attivisti del software di anonimato Tor per esempio danno già da anni consigli ai blogger arabi, sia on line che in incontri dal vivo, su come navigare in modo sicuro e inviare video e foto all’estero senza farsi scoprire. E anche il collettivo di hacker Anonymous vuole prendere di mira sempre di più gli stati autoritari in cui si formano movimenti di protesta.

Telecomix ha reso quello che era iniziato come azione di solidarietà per il solo Egitto  in una strategia complessa – in particolare il suo impegno per la Siria salito alla ribalta internazionale nella scorsa settimana. Nella notte di mercoledì il collettivo ha reso pubblica un’importante relazione da cui è emerso non solo il modo in cui il regime di Assad controlla internet, ma anche che la Siria, come molti dei suoi vicini autoritari, utilizza le tecnologie di imprese occidentali per farlo.

La maggior parte degli attivisti agisce in modo anonimo

Stephen Urbach dice che nel caso dell’Egitto il tutto è stato abbastanza facile. Fedeli al motto di Telecomix “we rebuild” (“Noi ricostruiamo”) è stato reso possibile a molti attivisti egiziani di ritornare online. Per questo gli utenti di Telecomix hanno per prima cosa organizzato dei Modem-Pools (gruppi di modem a bassa velocità in grado di ricevere chiamate) in quei paesi in cui sono presenti molti simpatizzanti ovvero Svezia, Francia, Paesi Bassi e Germania.

Successivamente sono stati ricercati nella memorie dei motori di ricerca i numeri di fax di biblioteche, hotel e imprese di IT egiziane a cui sono stati inviati i numeri di telefono, tramite i quali gli egiziani avrebbero potuto aggirare gli internet provider locali e collegarsi di nuovo alla rete. Uno di questi numeri era di Urbach.

Il berlinese è uno dei pochi che agisce con il proprio nome anagrafico all’interno delle “truppe ausiliari”, d’altronde anche lui conosce molti dei suoi compagni solo via monitor e solo per nickname.

Da quando è iniziata l’Operazione-Siria questa discrezione è comprensibile. Secondo le più recenti stime delle Nazioni Unite, da metà marzo, data di inizio del movimento di protesta, il regime di Assad ha ucciso circa 2900 cittadini. Almeno 88 attivisti sono morti in carcere secondo le ricerche di Amnesty International, mentre molti sono stati perseguitati apertamente. L’organizzazione per i diritti umani ha sottolineato che, per forza di cose, queste cifre sono da prendere con le molle perché si tratta di una diagnosi da lontano, anche se basata su foto e video che sono stati diffusi dal paese.

Perché l’azione di supporto elettronico è più difficile in Siria

Per incontare i compagni di Urbach bisogna viaggiare, visto che sono sparsi per il mondo. Ad esempio l’attivista di Telecomix con il nickname “Okhin” vive a Parigi. Di giorno questo 30enne lavora come amministratore di sistema presso un’impresa on line. Negli ultimi mesi però ha passato le sue sere e le sue notti in una casa occupata non lontana da Place de la République. Lui e i suoi amici hanno reso sicuri due piani di un vecchio palazzo di uffici, trasformandolo in un punto di incontro per hacker. In un angolo ci sono dei computer smontati, qualche burlone ha rinchiuso un vecchio mouse per computr in una gabbia per uccellini, mentre alcuni attivisti si rilassano su vecchi divani. I cavi dell’ADSL dei precedenti inquilini funzionano ancora, racconta Okhin sorridendo.

Anche su questa rete passa l’aiuto elettronico per la Siria, che si sta rivelando più difficile delle azioni di supporto a favore dell’Egitto o della Tunisia, dice Okhin. Le difficoltà stanno innanzitutto nell’eruipaggiamento tecnico: internet in Siria è meno diffuso rispetto ad altri paesi della “Arabellion”, non ci sono reti radio “3G” sviluppate e ancora meno Smartphone con cui  documentare i soprusi in maniera discreta.

Le difficoltà stanno anche nella comunicazione, perché molti dei ribelli parlano esclusivamente arabo. E inoltre il regime di Assad è piuttosto ben equipaggiato. Spesso e volentieri blocca singole pagine e siti web ma non solo, visto che ha una certa capacità di sorvegliare e controllare internet attraverso le più moderne tecnologie-filtro delle imprese occidentali. Di questo si sono convinti Okhin e compagnia dopo notti di battaglia virtuale.

Gli attivisti di Telecomix sono riusciti con i loro attacchi a rubare 54 gigabyte di dati alla censura siriana. Lo scopo degli attacchi era capire come gli internet provider siriani spiano i cittadini grazie anche a tecnologie americane, e come riescono a bloccare ad esempio l’accesso a servizi di comunicazione come Skype.

Fin da questa estate gli attivisti cercano di mostrare ai siriani accessi alternativi, più sicuri, alla rete. Come prima mossa, hanno mandato a metà agosto una breve e-mail a un totale di 6000 indirizzi selezionati. Questa mail massiva era diretta ai “combattenti per la democraziona nel popolo siriano”. Oggetto: “Come aggirare la sorveglianza di internet del regime”. Erano solo un paio di righe in inglese e arabo, con allegate delle istruzioni di sicurezza dettagliate contro la censura e un link ad una chat sicura.

All’inizio di settembre il collettivo ha aggiunto un sito web con un software di anonimato e altri suggerimenti di sicurezza; da allora sono aumentate nei canali della chat le voci e i nickname arabi.

Anche in Egitto la rivoluzione non è affatto finita

Qualche visitatore è solo curioso, visto che sempre più persone usano la chat, di scambiare idee e chiacchiere con gli altri utenti e con gli attivisti di Telecomix. Raccontano degli atti brutali, dei movimenti dell’esercito siriano e delle azioni del Muchabarat, i temuti servizi segreti. Un utente scrive che qualcuno che ha contatti con i servizi segreti l’ha avvertito di non essere troppo aperto su di Facebook e altri social network. Altri raccontano delle nuove azioni di protesta, come l’ultima in cui gli attivisti di Damasco hanno messo della pittura rossa nella fontana pubblica di Damasco.

Non è chiaro quanti siriani utilizzano il servizio di Telecomix. Secondo Okhin il servizio francese a chiamata sarebbe stato usato circa 9000 volte; anche il numero di arabi che aiuta nel servizio di traduzione sarebbe fortemente aumentato.

La scorsa settimana i beneficiari degli sforzi di Telecomix sono stati in grado di rispondere in persona alle domande su come considerassero questa “hotline tecnica” occidentale, al terzo meeting dei blogger arabi, tenutosi a Tunisi.

Tra i partecipanti c’era anche gente nota come il blogger egiziano Wael Abbas, i cui video sulle brutalità e le torture della polizia hanno scatenato lo sdegno internazionale negli scorsi anni, oltre a condurre a processi e condanne. Abbas, la cui opera ha vinto numerosi premi, descrive il lavoro di Telecomix e gli attivisti della rete Toro come “valorosi”, specialmente in paesi come Iran e Siria.

Il blogger nota anche però che la rivoluzione nel suo paese è ancora lontana dalla fine, facendo riferimento al destino del blogger 26enne Nabil Sanad. Dopo essere stato arrestato dal consiglio militare che al momento governa il paese, Sanad ha fatto uno sciopero della fame per sei settimane.

Un raro incontro faccia a faccia

Meeting come quello in Tunisia hanno anche una funzione sociale per i blogger, molti dei quali vivono in isolamente. Dopo tutto, assistere a una rivoluzione cambia le persone, anche se vivono dall’altra parte del mondo rispetto all’evento.

Poche settimane fa, gli attivisti di Telecomix si sono regalati una meritata vacanza. Urbach non poteva più rimanere a guardare foto e video, e i suoi parenti non ce la facevano più a sentire storie di siriani imprigionati e torturati.

La sua salvezza è arrivata tramite il Chaos Communication Camp, tenutosi a metà agosto nella città di Finowurt, a nordest di Berlino. Questa è stata la prima opportunità di conoscere veramente gli altri attivisti di Telecomix come Okhin.

Pubblicare le trascrizioni delle intercettazioni telefoniche siriane e scopreire che il governo siriano probabilmente stava usando sistemi di sorveglianza americani ha dato loro una nuova carica. “L’uso di tecnologia occidentale per la sorveglianza non dovrebbe portare a torture, arresti o peggio” dice Urbach. “Una tecnologia del genere dovrebbe essere difficile da esportare come le armi.”

La rivoluzione deve anche divertire

Rinvigorito, Urbach è tornato ora nella sua stanza nell’appartamento condiviso di Berlino. Continua a sprendere circa 400 euro al mese del suo assegno disoccupazione per le sue attività su Telecomix, e aspetta con molta attesa le notizie da quelle persone che si chiamano Muhammad o Ahmad.

Di quando in quando, si lascia scappare una risata. L’altro giorno, per esempio, mentre faceva dei lavori di manutenzione sui suoi server, ha scoperto per cosa venivano usati effettivamente: qualcuno in Egitto stava scaricando un episodio della sticom americana “How I met your mother”.

“Beh” dice Urbach, “la rivoluzione dovrebbe essere anche divertimento”.

AUTORIOle Reißmann e Marcel Rosenbach

Fonte: Der Spiegel (http://www.spiegel.de/spiegel/0,1518,791039-2,00.html)

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One Response to Da Berlino un aiuto alla Primavera Araba

  1. uomo senza palle ha detto:

    Quando ci si immaginano gli scenari peggiori, si crede sempre di esagerare…

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