Le istituzioni europee preparano l’Iniziativa Popolare Europea

La distanza dal progetto europeo che i cittadini stanno sperimentando potrebbe subire un cambiamento sostanziale con l’attuazione dell’Iniziativa Popolare Europea (ECI). Si tratta di una delle disposizioni più innovatrici del Trattato di Lisbona, un primo passo verso la democrazia diretta. La ECI è uno strumento che permette ai cittadini, con la presentazione di un milione di firme (lo 0,2% della popolazione dell’Unione), di proporre alla Commissione Europa di presentare una proposta legislativa su qualsiasi questione che considerino di loro interesse. I casi relativi all’ambiente, alle questioni sociali e i disastri causati dalla crisi finanziaria, figurano tra i temi più sensibili che possono mobilitare i cittadini per chiedere all’UE che si legiferi su queste materie.

Si tratta, né più né meno, di trasferire ai cittadini parte del potere di iniziativa legislativa che attualmente dispone in esclusiva l’Esecutivo comunitario. Iñigo Méndez de Vigo, eurodeputato per il Partito Popolare Europeo (PPE), e relatore della Costituzione Europea, considera l’Iniziativa Popolare “una della grandi novità del Trattato di Lisbona, che permetterà di coinvolgere di più la gente nelle questioni europee”. Méndez de Vigo ricorda che l’Iniziativa Popolare Europea è stata introdotta all’ultimo momento della convenzione dal deputato del PPE, Alain Lamassoure e dal parlamentare socialdemocratico tedesco Jürgen Meyer. “La verità è che è stata una proposta condivisa fin dall’inizio, e ha provocato molto consenso”, assicura. Lamassoure ha indicato che “nell’era di internet, dell’apertura alla società vicila, delle aspirazioni verso una democrazia partecipativa, questo è un passo avanti per tutti gli stati membri”.

Sylvia Kaufmann, ex-eurodeputata per la Sinistra Unitaria Europea, relatrice del rapporto del Parlamento sull’ICE, pensa che sia “un primo passo verso la sviluppo di una democrazia diretta sovranazionale, la cui attuazione potrebbe aiutare a creare un genuino spazio pubblico europeo a lungo raggio”.

Come per tante altre questioni europee, la chiave sarà nella sua applicazione. Il Trattato parla solo di “almeno un milione di cittadini dell’Unione che abbiano la nazionalità di un numero significativo di Stati membri”. Come ha dichiarato Jean Claude Piris nella sua opera “Il Trattato Costituzionale per l’Europa: un’analisi giuridica”, ora si tratta di stabilire, tra l’altro,  “il numero minimo di Stati membri da cui dovrebbero provenire questi cittadini, il minimo di firmatari per Stato membro, la definizione esatta del termine «cittadino» in questo contesto, le questioni di procedura, e l’autenticazione delle firme”.

Per preparare le risposte, la Commissione Europe ha elaborato un Libro Verde sulla materia e ha aperto una consultazione pubblica in cui si raccogliere le proposte di istituzioni e cittadini nelle 23 lingue ufficiali della UE, sul sito istituzionale. La consultazione sarà aperta alla fine di questo mese. Al momento, al Libro Verde e alla consulta promossi dalla vicepresidente della Commissione, Margot Wallström, sono stati presentati solo 47 contributi particolari, di cui 20 sono spagnoli, e cinque di organizzazioni. Joseph Hennon, portavoce della Commissione, è sicuro che “la gente li invierà in massa nella seconda metà di gennaio”.

Il Libro Verde suggerisce soluzioni concrete alle quesioni pratiche di applicazione della ECI, ma resta in attesa delle proposte che verranno presentate alla consultazione aperta per elaborare una proposta di regolamento che dovrà essere approvato dal Parlamento e dal Consiglio.

Diego López Garrido, segretario di Stato per l’Unione Europea [una sorta di Ministro per le Politiche Comunitarie], afferma che la messa a punto dell’iniziativa “è una della priorità della presidenza spagnola dell’UE e come tale sarà trattato nel Consiglio informale dei Ministri dell’Europa che si terrà a La Granja, Segovia, dal 12 al 14 gennaio.

L’Europarlamento, naturalmente, sta elaborando una risoluzione sul Libro Verde della Commissione con l’obiettivo di “alleggerire al massimo le condizioni richieste nel Libro Verde per facilitarne il ricorso da parte dei cittadini”, spiega Ramón Jáuregi, portavoce della Commissione Affari Costizuonali del Parlamento Europeo. Secondo Jáuregi, “l’Iniziativa Popolare Europea è un elemento chiave per approfondire la democrazia europea e migliorare il rapporto tra cittadini e istituzioni”.

Inoltre, le questioni relative alla sicurezza sul lavoro, la regolazione dei mercati finanziari, la fiscalità internazionale, sono tutte materie suscettibili di essere afforntata dalle iniziative cittadine.

Secondo Raúl Romeva, del gruppo dei Verdi, la ICE è “una delle novità più positive del Trattato di Lisbona, perché avvicina i cittadini all’Unione Europea”. Romeva ricorda che il suo gruppo sta già lavorando ad un’iniziativa popolare che stabilisca una sede unica per il Parlamento Europeo, attualmente distribuita tra Bruxelles e Strasburgo, con tutto l’aumento di costi e perdite di tempo che ne conseguono.

Rispetto al numero minimo di Stati da cui devono provenire le firme, il Trattato parla di un “numero significativo di Stati membri”. Si tratta di garantire che l’iniziativa sia sufficientemente rappresentativo di un interesse dell’Unione. Il Parlamento Europeo nel suo rapporto del maggio scorso propone di fissare il limite in un quarto degli Stati membri, vale a dire che la ECI dovrà essere sostenuta dai cittadini di almeno sette paesi. La Commissione stima invece che un limite costituito da un quarto degli Stati sarebbe troppo basso per garantire gli interessi dell’Unione e suggerisce un terzio, ossia un minimo di nove paesi. Puntando anche sul fatto che un terzo è il minimo stabilito dal Trattato per “le cooperazioni rafforzate” (accordi tra Stati che desiderano approfondire la costruzione europea). Il limite di un terzo è anche quello stabilito dalla Costituzione federale austriaca e anche in Svizzera il numero di cantoni necessario per tenere un referendum si approssima a un terzo.

Bruxelles considera necessario stabilire anche un numero minimo di firme in ogni Stato membro, per garantire che l’iniziativa conti sull’appoggio di una parte ragionevole dell’opinione pubblica. Si riferisce agli Stati dei cittadini che hanno presentato l’iniziativa. La Commissione propone per analogia la proporzione dello 0,2% che corrisponde al milione di firme su 500 milioni di abitanti che attualmente costituiscono la popolazione approssimata dell’Unione. Questo significherebbe 160.000 firme per la Germania, 94.000 in Spagna, 20.000 in Belgio e 800 per Malta.

Si tratta di una percentuale molto inferiore a quanto richiesto negli Stati membri che presentano questo tipo di iniziative legislative. In Spagna e in Austria si richiede intorno all’1,2% della popolazione; in Lituania l’1,55%, mentre in Lettonia si richiede il 10% dei cittadini. Anche in Ungheria, Polonia, Portogallo e Slovenia, le percentuali di firme richieste sono superiori allo 0,2% della popolazione.

Nel suo rapporto, il Parlamento Europeo raccomanda che, per partecipare ad un’iniziativa, i cittadini abbiano l’età necessaria per votare nelle elezioni europee negli Stati membri di residenza. L’età necessaria per votare in tutti i paesi dell’UE è di 18 anni, eccetto che in Austria, dove è di 16 anni. La stessa Commissione riconosce che fissare l’età minima di 16 anni in tutti i paesi creerebbe un carico amministrativo importante visto che si dovrebbe elaborare un registro distinto dei votanti.

In alcuni paesi come Austria, Italia, Polonia e Spagna si richiede che le iniziative vengano presentate sotto forma di progetti di legge. Secondo la Commissione si tratta di un requisito che considera non necessario, restrittivo e oneroso. Il suggerimento dell’Esecutivo comunitario è che nell’iniziativa si espongano chiaramente il tema e gli obiettivi, anche se non esclude che si possa allegare una proposta legislativa.

Per garantire la legittimità e la credibilità delle iniziative dovranno stabilirsi alcune disposizioni che assicurino la verifica e l’autenticazione delle firme. Secondo la Commissione, un’opzione razionale sarebbe stabilire una serie di disposizioni di base per tutta l’Unione Europea, che terrebbero conto, da un lato, di determinati requisiti minimi per la verifica e l’autenticazione delle firme e, d’altra parte, l’obbligo per gli Stati membri di facilitare il processo di raccolta. I paesi potranno solo adottare misure addizionali fissate dall’UE. La Commissione avverte che si debba tener conto di alcuni dettagli rilevanti sulla condizioni del luogo e del modo di raccolta delle firme, stabilire in quale paese debba verificarsi la firma se il cittadino risiede in una paese distinto da quello di nascita, e le misure relative alla protezione dei dati di carattere personale dei firmanti.

Il Libro Verde è propenso a stabilire una termine ragionevole che sia sufficientemente lungo per permettere di tenere una campagna per la firma che rifletta la complessità addizionale derivada dalla dimensione europea. In questo senso, la Commissione e il Parlamento concordano che un anno sarebbe un termine ragionevole. Nei diversi paesi europei, i termini oscillano dai 30 giorni in Lettonia ai sei mesi in Spagna o 18 mesi in Svizzera.

La Commissione ritiene che se si fissa un termine sarebbe necessario esigere una registrazione dell’iniziativa prima che inizia la raccolta delle firme. In questo senso, si suggerisce che i promotori di un’iniziativa concreta possano registrarla in un sito internet creato dalla Commissione. Questo sistema offrirebbe agli organizzatori la conferma della registrazione e un numero di registrazione che servirebbe da base per mettere in marcia la campagna per la raccolta delle firme. Questo contribuirebbe anche alla trasparenza necessaria a tutto il processo. In qualunque caso, questo processo di registrazione non implicherà nessuna decisione della Commissione riguardo all’ammissibilità delle iniziative. Inoltre, gli organizzatori dovranno tener contro che l’iniziativa deve far parte della gamma di attribuzioni della Commissione.

L’Esecutivo, inoltre, ritiene che i promotori delle iniziative devono presentare determinate informazio sulle organizzazioni che le appoggiano e il modo in cui si finanziano. Il Parlamento Europeo scrive nel suo rapporto che gli organizzatori debbano rendere conto pubblicamente del finanziamento dell’iniziativa, inclusa la proveninenza dei fondi. In ogni caso, il Libro Verde indica che, indipendentemente dal sostegno alle organizzazioni della società civile, non è previsto nessun finanziamento pubblico specifico alle iniziative dei cittadini. Secondo la Commissione, le iniziative possono essere organizzate sia dai cittadini individuali, che dalle organizzazioni.

Nella sua risoluzione, il Parlamento Europeo ha suggerito una procedura di esame delle iniziative da parte della Commissione in due fasi. Prima, la Commissione disporrebbe di due mesi per verificare la rappresentatività dell’iniziativa, e , successivamente, tre mesi per esaminarla e prendere una decisione. Il Libro Verde propone, da parte sua, che si potrebbe obbligare la Commissione a esaminare le iniziative in un tempo ragionevole che non ecceda i sei mesi. Una volta analizzata, esporrà le sue conclusioni rispetto all’azione prevista in una comunicazione da mettere a disposizione del pubblico e da notificare al Parlamento Europeo.

Andreu Missé

Fonte:
El País: http://www.elpais.com/articulo/sociedad/mide/voluntad/Europa/elpepusoc/20100111elpepisoc_1/Tes

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