Una relazione, un discorso, una constatazione a cinque anni dall’allargamento ad est

Lo scorso primo maggio è caduto l’anniversario del più grande allargamento nella storia dell’Unione Europea, quello che ha riguardato otto paesi dell’Europa centrale e orientale (Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria, Slovenia, Estonia, Lettonia e Lituania) e le due isole indipendenti del Mediterraneo (Cipro e Malta). È stata l’occasione per trarre un bilancio di questo periodo di tempo, anche perché quest’anno ricorre il ventennale della caduta del Muro di Berlino – gli otto paesi dell’Europa centro-orientale facevano tutti parte del blocco comunista – e ci troviamo in un periodo di crisi economica che può generare paura e sfiducia nei confronti dei paesi che sono entrati nel 2004 e dei futuri entranti (come Croazia e Macedonia) da parte di chi non ha informazioni sufficienti a comprendere questi fenomeni.

Il rapporto di Deutsche Bank Reasearch

Parlando di bilanci, non si può far riferimento alle conseguenze economiche che ha avuto l’allargamento. Una relazione veramente molto dettagliata è stata preparata dal Deutsche Bank Reasearch, think tank dell’omonima banca. Il rapporto offre una serie impressionante di dati e statistiche sull’andamento dell’integrazione industriale, commerciale e finanziaria tra gli otto paesi dell’Europa centro-orientale (che indicheremo con l’acronimo CEEC, Central Eastern European Countries) e il resto dell’Europa, dal 2004 ad oggi.

Il giudizio su questi 5 anni è sostanzialmente buono: gli otto CEEC hanno saputo sfruttare l’onda lunga delle liberalizzazioni e del consolidamento dell’economia di mercato – un processo che ha avuto inizio subito dopo la fine dei regimi comunisti – sfruttando le opportunità di maggiore integrazione commerciale e finanziaria rese possibili dall’entrata nell’Unione Europea.
Nel campo delle riforme strutturali si può leggere anzi una certa critica da parte del Deutsche Bank Research verso i paesi della “vecchia” Europa a 15 che non hanno avuto lo stesso slancio riformatore sia nelle singole situazioni interne che a livello di Unione Europea. La critiche maggiori sono di non aver programmato un “approfondimento” dell’Unione mentre si proseguiva con la strategia dell’allargamento e di non aver sfoltito e razionalizzato l’acquis comunitario. E di questo i CEEC non possono certo aver avuto colpe.

Dal 2000 al 2008 la quota del PIL dei CEEC sul PIL europeo è passata dal 4% al 5,7%; le economie dei CEEC sono molto integrate con la vecchia Europa: il 15% delle esportazioni e il 13% delle importazioni dell’Europa a 15 avviene verso i CEEC; il 50% del commercio estero dei CEEC avviene con paesi dell’Europa a 15, la Germania è il principale partner commerciale. L’apertura dei mercati finanziari dell’Europa orientale ha portato un notevole flusso di investimenti e know how tecnologico e finanziario tanto che le banche dell’Europa occidentale controllano il 75% del mercato del credito nei CEEC, mentre le esportazioni verso l’Europa occidentale riguardano prodotti con un certo grado di contenuto tecnologico (soprattutto macchinari e veicoli), contraddicendo lo stereotipo che dipingeva i nuovi entrati come paesi “contadini ed arretrati”.
Sono state smentite anche altre preoccupazioni che avevano suscitato molti dibattiti prima dell’allargamento. L’emigrazione dai CEEC verso l’Europa occidentale è stata infatti minore del previsto, e non c’è stata una netta deviazione dei finanziamenti europei. Essi rappresentano il 3% del PIL dei CEEC, e costano lo 0,3% del PIL dell’Europa a 15.

Tutti questi dati non devono far pensare che l’entrata nell’Unione Europea sia un traguardo che, una volta raggiunto, porta un automatico sviluppo dell’economia verso i livelli dei ricchi paesi occidentali. Il rapporto mette bene in chiaro che l’UE è “solo” una cornice e un “marchio” di stabilità (politica ed economica) di lungo periodo, che favorisce determinate dinamiche che però devono essere sfruttate bene.
Le sfide più importanti per i CEEC iniziano infatti a presentarsi oggi: finita l’onda lunga della fase di liberalizzazione e di crescita, questi paesi dovranno superare la crisi finanziaria ed economica che si è scatenata nel 2008 e porre le basi per un ulteriore sviluppo che non può prescindere dagli investimenti nella ricerca. Sotto questo profilo il rapporto individua due gruppi di paesi.

Polonia, Repubblica Ceca, Slovenia e Slovacchia sono le più attrezzate a superare nel modo migliore la crisi e a farsi trovare preparate per la ripresa: hanno i conti pubblici in ordine, attirano molti investimenti, sono i paesi più industrializzati, hanno un’inflazione stabile (soprattutto Slovenia e Slovacchia che sono già entrate nell’Euro), e spendono abbastanza per la ricerca (Repubblica Ceca e Slovenia sono davanti a Spagna, Portogallo e Italia nella classifica delle performance innovative).
Per contro Estonia, Lettonia, Lituania ed Ungheria hanno vissuto un surriscaldamento incontrollato dell’economia (dovuto anche a politiche pubbliche sbilanciate e ad una crescita sproporzionata del settore dell’intermediazione finanziaria) che renderà più pesanti gli effetti della crisi nei prossimi due anni, senza contare che questi paesi destinano meno fondi per ricerca e sviluppo. Comune a tutti i CEEC, c’è inoltre il problema dell’invecchiamento della popolazione che farà aumentare in futuro la spesa per le pensioni, con relative conseguenze sui conti pubblici. Tutto questo porterà ad un ritardo dell’entrata dei CEEC nell’Euro prevista dal rapporto per il 2012-2013, non senza criticare alcuni paesi che avevano le carte in regola e che hanno sprecato il momento favorevole (come la Repubblica Ceca), visto il ruolo di “ancora di salvataggio” che sta svolgendo l’euro in questa crisi.

Il discorso di Rehn

In un suo recente discorso riguardante questo anniversario, il Commissario europeo per l’Allargamento Olli Rehn ha parlato anche del rapporto di Deutsche Bank Research, descrivendo gli ultimi cinque anni come un “successo su tutti i fronti”, andando oltre alle semplici cifre economiche. L’allargamento a est secondo Rehn ha avuto un grandissimo valore storico perché ha reso l’Europa unita e libera, permettendole di avere un peso specifico maggiore nell’economia globalizzata e in campo politico, dove può dire la sua su questioni globali come il cambiamento climatico, rapporti commerciali con i paesi terzi o la gestione della crisi.
Rehn mette in guardia dall’addossare all’allargamento del 2004 tutte le colpe della crisi:

“la crisi non è stata certo causata dagli operai della Repubblica Ceca o dai programmatori informatici della Bulgaria, ma dal capitalismo finanziario”.

Da non sottovalutare poi l’importanza che ha avuto l’allargamento per il progresso della democrazia, dello stato di diritto, della libertà e della pace in Europa e di quanto la prospettiva di entrare nell’Unione Europea sia stata un catalizzatore di energie positive, di speranza e di rinnovamento.
È lo stesso meccanismo che, secondo il commissario, si sta sviluppando nei Balcani: in Croazia e Macedonia, candidati ufficiali all’entrata nell’UE; nelle altre repubbliche della ex – Yugoslavia e in Albania; senza contare l’Islanda, che ha recentemente abbandonato il suo euroscetticismo proprio a causa della crisi finanziaria. La missione dell’allargamento, perciò, non è ancora compiuta.

Una mia semplice constatazione

Se ci pensiamo bene, la creazione e i successivi allargamenti della Comunità Europea prima, e dell’Unione Europea poi, hanno sempre rappresentato l’inizio di una nuova era per i paesi che ne entravano a far parte: i sei paesi fondatori nel 1957 si lasciarono alle spalle gli anni della guerra e della ricostruzione; i paesi iberici e la Grecia entrarono in Europa nel 1986 dopo la fine delle dittature fasciste e militari; il 2004 è stato l’anno che ha coronato il processo di transizione dei paesi dell’est dal regime comunista alla democrazia liberale; in futuro l’entrata dei paesi dell’ex – Yugoslavia segnerà la fine di un’era di guerra, violenza e tensioni e finalmente riconoscersi reciprocamente e vivere in pace nell’Europa unita. Ad ogni allargamento i nuovi entrati si sono sempre trovati in condizioni peggiori di chi già era nel “club”, ma questo non ha impedito lo sviluppo dei singoli paesi e dell’Unione nel suo insieme. Per questo è importante secondo me non aver paura e non deviare da una strada che ha dato ottimi risultati per più di 50 anni e per più di 400 milioni di persone.

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2 Responses to Una relazione, un discorso, una constatazione a cinque anni dall’allargamento ad est

  1. Edo ha detto:

    Giusto dire che Unione Europea e Sviluppo Economico-Politico non sono in automatica successione. Alla fine ciascuno dei paesi membri deve giocare la sua parte nel concerto europeo.
    C’è da dire che, facendo un resoconto dell’attività dell’Unione fino ai nostri giorni, il più grande successo sta nel fatto di aver impedito guerre catastrofiche all’interno del continente. Si poteva forse fare di più per la guerra in ex-Yugoslavia, ma il fatto che il prossimo allargamento sia previsto proprio per i paesi balcanici fa ben sperare; aspettando di risolvere la questione Turca, non certo di facile soluzione.

  2. e-p ha detto:

    ma io non sono d’accordo

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