Tutte le idee false che circolano sulla crisi

1) “La crisi non sarà grave come quella del 1929”

È verosimile, ma sì dice così per dire. Nel 1929, le autorità non avevano saputo come reagire… e non avevano reagito, o reagito male. “Si sono lasciate fallire le banche, spiega Günther Capelle-Blancard, professore di economia all’università Paris 1, pensando che la purga sarebbe stata salutare”. Così non successe, e il mondo cadde nella Grande Depressione. Ma non subito.

1930 (OCSE) Previsioni 2009 (FMI)
Stati Uniti – 8,9% -1,6%
Francia -2,9% -1,9%
Gran Bretagna -0,7% -2,8%
Germania -1,4% -2,5%
Giappone -7,6% -2,6%

Si dovette attendere il 1933 perché gli Stati Uniti toccassero il fondo, come mostra questo grafico con un PIL in discesa del 30% rispetto al 1929. Rispetto soltanto al 1930, il calo era stato del 9%… Ma se si escludono gli Stati Uniti, toccati violentemente e rapidamente nel 1930, e si confrontano le previsioni di recessione per le grandi economie nel 2008 con le performance osservate nel 1930, si capisce che non sono così lontane, come mostra la tabella qui sopra. Certi paesi, come la Gran Bretagna o la Germania, conosceranno già nel 2009 una decrescita ben peggiore del 1930…

Pertanto, la storia non si ripeterà per forza. La maggior parte degli economisti stimano che la reazione rapida e massiccia delle banche centrali, che hanno inondato i mercati di liquidità, e degli stati, che hanno moltiplicato i piani di rilancio, dovrebbe permettere una – leggera – ripresa a partire dal 2010.

2) “L’industria automobilistica impiega il 10% della forza lavoro”

C’è da rigettare questa affermazione, come sottolinea il blog Notes d’un Economiste che analizza minuziosamente le cifre. Osserva che “l’industria automobilistica propriamente detta non impiega che 275.000 persone”. Ed espone minutamente i posti di lavoro dell’indotto: assicurazione, perizia, credito, sport, editoria… Maliziosamente, assicura: “Evidentemente: vediamo che l’editore di libri  sulle auto d’epoca è direttamente minacciato dal calo delle vendite delle vendite di vetture nuove.”

Uno studio dell’OFCE [Osservatorio Francese sulle Congiunture Economiche] va nello stesso senso e, sulla base di propri calcoli, valuta in 737.000 il numero di posti di lavoro diretti e indiretti coinvolti nell’industria automobilistica, ossia il 3% degli occupati. Spiega la differenza con le cifre ufficiali per “la confusione tra le nozioni di stock e di flusso in questa filiera, ossia tra l’uso e la produzione di automobili: si possono benissimo utilizzare delle automobili senza produrle!”.

3) “La parte dei salari nel valore aggiunto diminuisce”

“Non è esatto. Le statistiche dell’Insee mostrano che dal 1988, la parte della remunerazione del lavoro nel valore aggiunto è rimasta stabile, intorno al 65%, mentre il 35% va alla remunerazione del capitale. Solo che questo indicatore, che corrisponde alla differenza tra quello che un’impresa produce, e i beni e servizi che sono necessari per assicurare questa produzione, non è forse la misura più pertinente.

Soprattutto, non è del valore aggiunto che parlava Nicolas Sarkozy quando ha evocato la sua regola dei tre terzi, lanciando il dibattito su una migliore ripartizione dei proftti, al momento del suo discorso televisivo all’inizio di febbraio. Il presidente della Repubblica parlava della ditribuzione dei profitti realizzati dall’impresa, ossia quelli che le restano una volta pagati tutti i costi. Sarko ha evocato il desiderio che questi vengano divisi in parti uguali tra gli azionisti, gli operai e gli investitori. Tutto questo è molto lontano dalla realtà, come mostrano i calcoli dell”Insee realizzati su richiesta dell’Express. Nel 2006, gli operai non raccolto che una piccola fetta della torta, intorno ai 6%. Questo dibattito non è ancora terminato. Dopo il summit sociale, l’Eliseo ha inoltre messo in piedi una commissione per riflettere su questa questione.

4) La Francia è meno toccata degli altri paesi dalla crisi”

Ci ricordiamo di Nicolas Sarkozy che, nella sua intervista all’inizio di febbraio, assicurava: “francamente quando vediamo la situazione negli Stati Uniti e nel Regno Unito, non si ha voglia di assomigliare a loro”. Aveva provocato la collera di Londra, ma non aveva tutti i torti. Nel quarto trimestre, il PIL della Francia è sceso dell’1,2% rispetto al trimestre precedente. È molto, ma meno degli Stati Uniti, dove il PIL è caduto del 6,2% e della Gran Bretagna, dove ha perso l’1,5%. In Germania il calo è superiore al 2% e in Giappone, al 3%.

La Francia non ne esce dunque così male, è vero, soprattutto grazie al peso dello Stato nella sua economia, che permette di limitare le variazioni di congiuntura, e agli aiuti sociali, che servono da armotizzatori. Il rischio è che ci metta più tempo a recuperare rispetto alle altre economie quando la recessione sarà terminata.

5) “Il protezionismo aggraverà la crisi”

Il dibattito sul protezionismo è risorto soprattutto per la clusola “Buy american” prevista da Washington e per il piano francese di aiuti all’automobile. Elie Cohen riassume il pensiero della maggior parte degli economisti, scottati dalla crisi del 1929: “il protezionismo chiama il protezionismo, è un gioco a somma negativa. Ad assecondare il sentire comune si ottengono due risultati negativi, quello dell’inefficienza economica e quello della perdita di creidbilità politica”. Il meccanismo sembra implacabile… se un paese cerca di impedire l’importazione di prodotti stranieri, gli altri adotteranno delle misure di ritorsione, come nella guerra del roquefort e della carne agli ormoni. Ecco perché certi economisti, come Michel Fouquin, del CEPII, mettono in guardia contro un protezionismo generalizzato.

Altri, invece, difendono i principi di un altro protezionismo… Fra loro, Emmanuel Todd, che stima che il protezionismo su scala euopea sarebbe “l’unica soluzione coerente e realista alla compressione dei salari in Europa e all’aggravamento delle ineguaglianze”. Michel Rocard, va ancora più lontano affermando che il libero scambio è una follia quando è generalizzato e incondizionato. L’ex primo ministro assicura che il liberismo non ha alcun senso tra paesi con sviluppo diverso, e che bisogna proteggere in modo settoriale e temporaneo “certi ambiti giudicati strategici” e troppo deboli per resistere alla concorrenza internazionale.

6) “Il rilancio degli investimenti è più efficace del rilancio dei consumi”

È il governo che l’afferma permanentemente per giustificare la filosofia del suo piano di rilancio, fortemente sbilanciato sugli investimenti. Nicolas Sarkozy rifiuta qualsiasi sostegno massiccio ai consumi, che compara a  “l’acqua nel deserto”. Per il capo dello Stato, realizzare delle spese di investimento, significa creare delle attività. Al contrario, spendere denaro pubblico per darli alle famiglie non sarebbe creazione di valore. Non è così semplice… in realtà, l’investimento e il consumo sono molto più legati di quanto il governo lasci credere. Per molti specialisti sarebbe pericoloso allo stesso modo opporvisi. “Siamo in una crisi generale, che colpisce molto violentemente il consumo, e multiforme, che tocca tutti i settori. Costruire dei ponti o delle strade non permettera di rilanciare l’economia nel suo insieme. L’economia non può funzionare unicamente con l’investimento pubblico. Ci vogliono prospettive di domanda finale, sennò non si farà niente”, spiega Herny Steryniak, economia all’OFCE. Una storia che ricorda quella di un certo Henry Ford che, all’inizio del XX secolo, si rese conto che non se non avesse pagato i suoi operai, loro non avrebbero potuto comprare le sue automobili.

Fonte:

L’Expansion: http://www.lexpansion.com/economie/actualite-economique/toutes-ces-idees-fausses-qui-circulent-sur-la-crise_176040.html

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3 Responses to Tutte le idee false che circolano sulla crisi

  1. Ankou6 ha detto:

    Ciao, innanzitutto complimenti per il sito (che non te li avevo ancora fatti). Detto questo: una raffica di critiche!
    No, scherzo, però sono abbastanza scettico su almeno un paio di queste risposte ad “idee false che circolano sulla crisi” in particolare l’articolo sottintende che “La crisi non sarà grave come quella del 1929″ sia un idea falsa, e subito dopo dice :”È verosimile, ma sì dice così per dire.” Ma che significa!? Inoltre secondo me le due “crisi” sono imparagonabili. In questi ottanta anni sia i mercati sia la struttura produttiva mondiale sono davvero cambiate, e le due crisi hanno cause diverse. Davvero, non puoi dire che quella crisi sarà peggiore o migliore di questa, le condizioni di partenza non sono semplicemente comparabili. Il fatto che il grafico della decrescita del pil dei vari paesi sia simile a quello che cosa comporta? Le file di disoccupati? L’ arrivo al potere di inquietanti barboni austriaci con idee antisemite? Questi continui rimandi al 29 mi sembrano solo strilli che diffondono il panico, un inutile panico.
    Davvero, la crisi del ventinove è un precedente troppo remoto e l’economia mondiale (intesa come giro di scambi di denaro,beni e servizi) all’epoca era molto più piccola, meno globalizzata, e la classe dirigente di allora non era certo forgiata da ottanta anni di teorie economiche create a partire da quelle crisi.(sì, quest’ ultima frase è un’ovvietà, e sì, è pure scritta male, me ne scuso)

    Secondo punto. In: 5) “Il protezionismo aggraverà la crisi” alla fine mi sembra che l’autore dica “sì, la pensano tutti così” tranne un pugno di tizi tra cui questo e quest’altro. Non mi sembra una grande contro-argomentazione a questo supposto falso mito sulla crisi.

    Beh, per ora ti saluto, ma tornerò presto per criticare ancora BWHAHAHAHAHA!

    (A dirla tutta, anche la 6) mi lascia perplesso nella logica. E la 4) alla fine avalla la tesi che voleva smentire!)

  2. Oyasuminasai ha detto:

    Ciao ankou, che bello vederti qui!

    Per quanto riguarda la frase: ”È verosimile, ma si dice così per dire.”… non sono riuscito a trovare una frase migliore per tradurre l’originale francese.

    Effettivamente, mentre traducevo, mi sono venuti molti dubbi su questo articolo, tanto che solo i punti 2) e 3) sembrano avere una propria logica.

    Sull’1) sono d’accordo con la non paragonabilità con il ’29 (visto che la teoria economica si è sviluppata proprio per fare in modo che crisi come quella non potessero accadere più), anche se fa comodo dirlo.

    Sul 4) il senso sembra essere: la Francia è più lenta sia nell’entrare nella crisi che nell’approfittare dei momenti migliori dell’economia globale.

    Sul 5) la giustificazione del “protezionismo dell’industria nascente” può essere valida ma mi sembra comunque non applicabile alle industrie europee (forse la FIAT o Peugeot-Citroen-Renault sono comparti industriali appena nati?)

    Sul 6) visto che ci hanno sempre detto che è sempre meglio incentivare i consumi, questa posizione mi sembra, con un po’ di dietrologia, solo la giustificazione del voler dare soldi alle industrie e alle banche, solo per il loro peso politico.

    Per quanto riguarda il titolo… l’unica spiegazione che mi posso dare è che di solito nei giornali (e forse anche nei siti web di grandi giornali) i titoli li fanno sempre altre persone rispetto al giornalista.

    Comunque Ankou, se ti va di criticare e discutere ti consiglio il post sulla Macedonia, e quelli sui freegan e su Steve Vromman.

  3. Pagno ha detto:

    Ciao Oya, da quanto tempo…..
    Senti ma quanti blog apri? Non ci sto più dietro!!!!

    Oh vabè comunque non commento il post perche’ saprei il perche’ su tutto e non ho voglia di esporre perche’ e’ troppo lungo, ti saluto grande!!!!, a presto per scapaccioni

    Pagno il grande

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