Essere freegan vivendo dei rifiuti degli altri

Arredare la casa, vestirsi e mangiare con oggetti e prodotti raccolti per strada può essere una strategia di vita alternativa.

Vera, André, João e Ana sono più che riciclatori, sono freegani. Arredano la casa, si vestono e si nutrono di oggetti e prodotti abbandonati. Raccolgono i “rifiuti degli altri” non per questioni economiche, ma perché non sopportano lo spreco.

Senza conoscere il termine “freegan” che deriva dalla fusione delle parole “free” e vegan (persone che non mangiano tutto ciò che proviene dagli animali”, il musicista Joãodice di non comprare vestiti nuovi da anni e che basta una visita settimanale ai supermercati e mercati di Lisbona per riempire la dispensa.

Queste visite però non servono a comprare, ma per raccogliere alimenti dai contenitori, una pratica che ha conosciuto otto anni fa in Olanda.

Essendo “tutto pulito e disinfettato”, gli alimenti sono consumati e offerti anche alla madre, che con un salario tra i 300 e i 400 euro gradisce tutti gli aiuti.

“La società e io non ci capiamo molto bene e vivere in modo alternativo è sempre possibile”, garantisce João, che si unisce anche ad amici che occupano case, una delle attività incluse nel movimento freegan più “convenzionale”, come quello di New York.

Già per Ana, la raccolta dei “rifiuti degli altri” sorpassa le questioni ecologiche ed economiche: “È un piacere e una necessità di prolungare la vita degli oggetti, dar loro una nuova casa, una nuova opportunità, una continuità”.

Ana si considera una “glaneuse” (spigolatrice). Raccoglie alimenti con una logica da spigolatrice, ossia approfitta dei pomodori, delle patate o dell’uva lasciata nelle macchine di raccolta dei campi e che finirebbero per marcire.

E se in un primo momento è stata criticara dai parenti, anche loro adesso seguono il suo esempio.

Vera, abitante di Porto, ha smesso di essere freegan in Portogallo dopo un’esperienza di 11 mesi di vita a Londra.

“Se hai i soldi per andare in macchina perché vai per cassonetti?”, le ha domandato la polizia inglese un notte, in un parcheggio di un supermercato. Vera spiegò la sua scelta di approfittare dei prodotti di bona qualità gettati via, a volte solo per avere della ammaccature.

In Portogallo, la puzza dei rifiuti e la sporcizia le hanno impedito la volontà di continuare a essere freegan, ma continua a vestirsi con abiti di seconda mano e usare in casa oggetti che qualcuno considera dei rifiuti.

Sempre a Londra, André traduce l’espressione “freeganismo” con “gratissismo”. Paragonando due delle città che conosce meglio, commenta che “a Londra c’è più immondizia e a Porto c’è più avarizia”.

André considera la raccolta di prodotti dai cassonetti per strada un’attività “naturale e istintiva, che non ha niente di esptremistico o di meno degno”.

“L’estremismo è buttare via tonnellate di alimenti, inclusi quelli che vengono da paesi dove le persone soffrono la fama, è buttare via animali che soffrono per niente, non avere considerazione per il lavoro delle persone e usare risorse scarse senza ottenerne alcun beneficio”, argomenta.

André sottolinea, però, che non può avere illusioni e che raccogliere solo per sè non è la soluzione. Per questo, ritiene che si debba riflettere sul “proprio consumismo” e trovare “forme alternative di vivere, sopravvivere e convivere, che non mettano in causa il futuro del pianete, e né riduca gli essere viventi a semplici numeri”.

Fonte:
Expresso: http://aeiou.expresso.pt/gen.pl?p=stories&op=view&fokey=ex.stories/499495

Per saperne di più:
Il sito principale dei Freegan: http://freegan.info/
Ecoblog.it: http://www.ecoblog.it/post/1627/freegan-e-il-cibo-dei-cassonetti
Youtube: http://www.youtube.com/results?search_type=&search_query=freegan&aq=f

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