Irlanda: la crescita della disoccupazione fa emergere un sentimento anti-polacco.

Go back to Poland!” Da qualche mese, Tomasz comincia a sentirselo dire. Questo polacco di Wraclaw (sud-ovest della Polonia) è venuto in Irlanda nel 2005 in pieno boom immobiliare, nella piena gloria di questa Irlanda dinuta “tigre celtica” dalla fine degli anni ’80. Aveva trovato un impiego da stuccatore in un’impresa edile a Longford, nelle Midlands.

L’impresa è fallita nel 2008. Quest’anno, con lo scoppio della bolla immobiliare, la disoccupazione è aumentata del 150% a Longford. Tomasz cerca invano un nuovo lavoro. Quando scadrà il suo sussidio di disoccupazione, tornerà in Polonia. “Gli irlandesi ci vogliono prendere i lavori e i sussidi,” constata.

Sono tanti a raccontare la stessa esperienza. Il fatto che gli immigrati polacchi siano in media più qualificati degli irlandesi, dunque spesso meno toccati dai licenziamenti, non migliora le cose. A Limerick, nel Midewest, Maciej è autista presso un’impresa di trasporti. A causa di una ristrutturazione, uno dei suoi colleghi irlandesi, meno qualificato di lui, è stato licenziato. Macej no. “You fucking Polish!“, gli ha gridato il collega.

Questo è un fatto nuovo in Irlanda. Le centinaia di migliaia di immigrati polacchi, che hanno approfittato dell’entrata della Polonia nell’Unione Europea nel 2004, per trasferirsi in questo eldorado del pieno impiego, erano stati accolti a braccia aperte. Era l’epoca dell’ottimismo e loro avevano tutto per piacere agli irlandesi: cattolici, biondi, amanti del calcio, lavoratori qualificati, disposti volentieri ad abbandonare la vodka in favore del whisky e della Guinness.

La recessione che colpisce l’Irlanda, ancora più brutale visto che la tigre esce da quasi venti anni di euforia economica, non è una buona consigliera. La crescita cala, il lavoro si rarefà (il tasso di disoccupazione era del 4,5% nel 2007, contro l08,3% del 2008). A gennaio, subito dopo che la fabbrica di porcellana anglo-irlandese Waterford Wedgwood è stata posta in amministrazione giudiziari, lo stabilimento dell’americana Dell, prima esportatrice del paese, ha annunciato la sua delocalizzazione in Polonia, dopo che si era stabilita a Limerick: 100.000 abitanti di cui 12.000-15.000 polacchi.

Jim Long, consigliere comunale di Limerick, esprime un sentimento crescente: deplora apertamente l’allargamento dell’UE ai paesi dell’Est e il fatto che l’Irlanda allora abbia accolto i loro emigranti sul mercato del lavoro, senza condizioni limitative. “Il nostro paese era troppo piccolo per offrire altrettanti contratti a tempo indeterminato, dice questo membro del Fine Gael (principale partito d’opposizione, centro-destra). Certi polacchi attendono qui di finire i loro sussidi di disoccupazione prima di tornare da loro, quelli che hanno deciso di restare hanno dei crediti duraturi da rimborsare. Ora, non c’è più lavoro e lo Stato non ha i mezzi per pagare la sicurezza solciale.”

Tuttavia, nessun atto di ostilità verso i polacchi ha ancora avuto luogo in Irlanda. Nessun partito o groppuscolo  politico fonda il suo messaggio sul rifiuto degli stranieri.

Gli irlandesi lo sanno: devono la loro uscita dalla miseria alla loro entrata nell’Unione Europea. Sanno anche che senza i circa 300.000 polacchi venuti a lavorare in Irlanda (4,2 milioni di abitanti), il paese non avrebbe raggiunto dei tassi di crescita fra i più alti in Europa, e la loro partenza peserà molto sull’economia. È ancorato in loro, inoltre, il ricordo di essere stati obbligati nelle generazioni a emigrare per trovare un impiego, come qusti polacchi che hanno accolto.

Pat O’Sullivan, presidente dell’associazione irlando-polacca di Limerick, resta vigilante. “Siamo molto preoccupati per la crescita del sentimento anti-polacco in Irlanda”, nota.

Fonte:
Le Monde: http://www.lemonde.fr/europe/article/2009/02/02/la-montee-du-chomage-fait-emerger-un-sentiment-antipolonais-en-irlande_1149576_3214.html#xtor=RSS-3214

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