Io ho vergogna di condividere la mia città con persone simili

1 Ottobre 2009

Oggi non parlo di Europa, non parlo di Francia, Germania, Spagna, Russia. Parlo di una vicenda gravissima successa in una città italiana, Napoli e che sarebbe potuta avvenire in qualsiasi altra città, dato che le norme che sono state barbaramente applicate in questo caso valgono su tutto il territorio nazionale, così come ormai è diffusa su tutto il territorio nazionale la stessa ignoranza e la stessa insensibilità.

oyasuminasai

Immagine di Karma.st

STO ANCORA RACCOGLIENDO INFORMAZIONI E PARTICOLARI DI QUESTA STORIA ASSURDA PIOVUTAMI ADDOSSO QUESTA MATTINA. (22-09-2009)

Accendo il cellulare e trovo un sms di Billy che dice che ha trascorso l’intera notte in ospedale ad assistere un amico portato d’urgenza al S.Paolo in preda ad un violento attacco d’asma che non riusciva in alcun modo a placare.
Si tratta d’un messaggio breve in cui comprendo che il ragazzo non ce l’ha fatta.
Provo a chiamarlo ma nulla: il cellulare sembra staccato. Qualcosa mi dice che è scarico, così mentre comincio a tessere le fila di tutte le trame possibili cercando di studiare in preda all’ansia attendo una sua telefonata…

che mi giunge nel pomeriggio, Billy ha una voce stanchissima e affranta che spesso però lascia posto ad una rabbia struggente e GIUSTIFICATA.

I FATTI IN 2 PAROLE STANNO COSì: IL MEDICO DEL S.PAOLO E IL SUO EFFICIENTISSIMO STAFF SI ACCORGONO DELLA GRAVITà DEL RAGAZZO, MA SEMBRANO NON CURARSENE…PERCHÉ ? BEH PERCHÉ QUESTO GIOVANE DI 27 ANNI CHE SI CONTORCE IN PREDA ALL’IMPOSSIBILITà DI CONTROLLARE IL PROPRIO RESPIRO È UN NERO.
COSÌ INVECE DI RICOVERARLO PENSANO BENE DI DOMANDARE AGLI AMICI CHE LO AVEVANO PORTATO LÌ I DOCUMENTI ASSERENDO CHE SENZA DOCUMENTI NON POTEVANO FARE NULLA.

LUI I DOCUMENTI NON LI AVEVA…
E COSÌ L’HANNO LASCIATO MORIRE…

STO CERCANDO DI FARE QUALCOSA PER DENUNCIARE QUESTO CRIMINE INAUDITO, E CERCO AIUTO.

OVVIAMENTE PUBBLICHERÒ PRESTO ULTERIORI INFORMAZIONI PERCHÉ QUESTA VICENDA SI RISOLVA CON GIUSTIZIA.

Valentina Cozzolino

Per ulteriori informazioni:
v86writer @ hotmail.it
Link su Facebook: http://www.facebook.com/note.php?note_id=137313472790&id=622892032&ref=share


Cosa c’è dietro il conflitto tra Bruxelles e i produttori di latte

19 Settembre 2009

Lo sciopero del latte prende forza. Il movimento raccoglie oggi circa 40mila allevatori che denunciano il calo dei prezzi del latte e chiedono una regolazione del mercato lattiero a livello europeo. Bruxelles propone un ammorbidimento delle regole di ricorso agli incentivi ma non cede sulla sopressione delle quote-latte.

Dopo più di un anno di crisi nel settore, i produttori di latte europei hanno dichiarato giovedì 10 settembre uno sciopero della consegna del latte alle industrie, per denunciare il crollo del prezzo del latte e la derogolamentazione del mercato decisa da Bruxelles.

Quale è l’origine del conflitto?

I produttori di latte hanno portato avanti in questi ultimi mesi delle azioni di protesta, a volte violente, soprattutto in Francia, in Germania e a Bruxelles, condannando la decisione europea di sopprimere le quote di produzione da qui al 2015, in quanto secondo loro la sovrapproduzione è all’origine del crollo dei prezzi [ne abbiamo parlato in questo articolo]. A gennaio 2008, mille litri di latte valevano 378 euro; a gennaio 2009, 325 euro. Oggi, una tonnellata di latte vale 265 euro. Il costo di produzione rivendicato dagli allevatori francesi è di 320 euro per 1000 litri. I produttori affermano dunque di lavorare in perdita.

Quali sono le rivendicazioni dei produttori di latte?

La Federazione dei produttori europei (European Milk Board, EMB) chiede a Bruxelles di aiutare a tamponare provvisoriamente questa catastrofica situazione dei prezzi riducendo rapidamente il volume del latte. In concreto, gli allevatori esigono un congelamento dell’aumento delle quote e una limitazione temporanea dei volumi di produzione. L’APLI (Association Française des productuers de lait indépendents) esige inoltre la fissazione di un prezzo del latte remunerativo, ossia 400 euro alla tonnellata.

A medio termine, i produttori esigono che l’Unione Europea ritorni sulla sua decisione di fermare da qui al 2015 il sistema delle quote, sistema che al contrario deve essere mantenuto e rivisto per ridurre i volumi di produzione. Chiedono infine lìintroduzione di una sorta di controllore europeo che calcoli regolarmente i costi della produzione lattiera e decida i volumi di latte da produrre per paese.

Qual è l’ampiezza della mobilitazione?

Lo sciopero è iniziato la sera di giovedì 10 settembre, dopo la mungitura, convocato dai produttori francesi dell’APLI e dell’EMB. Il movimento si è diffuso in tutta Europa. Più di 40mila allevatori di otto paesi europei (Italia, Lussemburgo, Germania, Belgio, Paesi Bassi, Svizzera, Spagna e Francia) partecipano allo sciopero europeo del latte, secondo l’EMB.

Nell’Esagono, “più del 45% del latte non è stato consegnato alle latterie“, afferma Pascal Cousté, membro del comitato direttivo dell’APLI. Diverse operazioni spettacolari, in particolare gli scarichi collettivi di latte, sono state attuate dagli scioperanti nell’ovest della Francia che fornisce il 60% della produzione nazionale: 150mila litri di latte mercoledì in un campo del nord-Finisterre e 200mila nella Côtes d’Armor. L’azione più spettacolare si è avuta mercoledì in Belgio dove circa 300 trattori hanno versato 3 milioni di litri di latte su un campo.

Quali sono le risposte di Bruxelles?

La commissaria europea all’Agricoltura Mariann Fischer Boel ha spiegato giovedì 17 settembre davanti al Parlamento Europeo le misure per fronteggiare la crisi del settore. Fischer Boel ha proposto di facilitare alcuni “incentivi” per far risalire il prezzo del latte, ammorbidendo le regole che permettono di finanziare la ristrutturazione del settore. In concreto, Bruxelles propone di autorizzare i governi a prelevare delle multe dagli agricoltori che superano individualmente le loro quote, anche nel caso in cui la quota nazionale venga rispettata, come per esempio in Francia. Al momento questo non è possibile. Queste multe “potrebbero allora essere utilizzare per la ristrutturazione”, ha sottolineato la Fischer Boel.

La commissaria ha ripreso anche un’idea proposta dalla Francia e dalla Germania, sostenuta da altri 16 paesi europei, consistente nella fissazione del prezzo al momento delle negoziazioni tra produttori e latterie o industrie. La Fischer Boel ha infine proposto di autorizzare la Commissione Europea, come è già successo per altri settori, “a prendere delle misure temporanee  nel caso di perturbazioni di mercato“. Così gli stati membri dell’UE potranno accordare fino a 15mila euro di aiuti pubblici da qui alla fine del 2010 agli allevatori che si confronteranno con il calo dei prezzi.

Un passo indietro sulla decisione di fermare il sistema delle quote-latte “non è un’opzione“, ha ribadito la commissaria, non più che di congelare l’aumento progressivo delle quote negli a venire o di ritornare “a certi strumenti di regolazione del passato, cari ma efficaci”.

Queste proposte calmeranno la collera dei produttori?

No. Certo i produttori salutano le decisioni sulle multe legate alle quote e gli aiuti pubblici. Ma non hanno vinto la causa. “Possiamo vedere che la Commissione stimi che ci sia un problema riguardante i volumi di latte. È una buona notizia, ma sfortunatamente le proposte fatte non aiuteranno a superare la crisi e a risolvere i problemi a lungo termine” dice l’EMB in un comunicato.

Finché non otteremo un prezzo del latte remunerativo e l’introduzione di un ufficio europeo del latte, oltre a un abbassamento delle quote, noi continueremo lo sciopero“, confida Pascal Cousté. Il responsabile dell’APLI annuncia che i produttori francesi verseranno venerdì, sull’esempio dei loro colleghi belgi, milioni di litri di latte nei campi.

Emilie Lévêque

Fonte:
L’Expansion: http://www.lexpansion.com/economie/actualite-economique/les-dessous-du-conflit-entre-bruxelles-et-les-producteurs-de-lait_200447.html

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A chi conviene l’eurizzazione?

10 Settembre 2009

In azzurro, i paesi che adottano l'Euro; in verde i paesi dell'UE che adoterranno l'euro in futuro; in marrone la Gran Bretagna, che si riserva il diritto di entrare nell'euro; in rosso la Danimarca che si riserva l'entrata nell'euro tramite referendum; in viola i paesi che adottano l'euro senza essere membri dell'UE

Tutti noi sappiamo che esistono dei criteri che uno Stato europeo deve rispettare per poter adottare l’Euro come moneta nazionale.
Questi sono chiamati “parametri di Maastricht” e consistono precisamente in: un rapporto inferiore o uguale al 3% tra il deficit pubblico e il PIL del paese; un rapporto inferiore o uguale al 60% tra il debito pubblico e il PIL; un tasso di inflazione non più alto dell’1,5% rispetto a quello medio dei tre stati a più bassa inflazione; tassi d’interesse a lungo termine non più alti del 2% rispetto alla media dei tre stati membri a più bassa inflazione; appartenenza per almeno un biennio al Sistema monetario europeo, in cui le valute dei paesi candidati sono agganciate all’Euro e non possono variare più del 15% rispetto a un tasso di cambio prefissato.

Il percorso verso l’Euro può rivelarsi quindi lungo e tortuoso: risanamento delle finanze pubbliche, equilibrio di bilancio, politica monetaria attenta; basta ricordarsi di quello che hanno dovuto fare l’Italia e la Grecia tra la fine degl anni ‘90 e l’inizio del nuovo secolo per poter essere ammesse nell’Euro.
I vantaggi che si ottengono sono però invitanti: la fine dei costi di transazione nei commerci, l’accesso al mercato europeo per i propri prodotti di esportazione, l’apertura agli investimenti internazionali, facilitati anche dalla maggiore stabilità monetaria che l’Euro comporta.

C’è un modo per ottenere tutto questo senza attenersi ai parametri di Maastricht?
In passato si parlava di dollarizzazione riferendosi a quei paesi (ad esempio Panama) che adottavano il dollaro come valuta nazionale.; oggi possiamo parlare di eurizzazione per quei paesi che adottano l’Euro come valuta senza essere membri dell’Unione Europea.

Al momento i paesi ufficialmente eurizzati sono il Montenegro e il Kosovo: fino al 1999 in questi paesi si usava il marco tedesco. Negli ultimi tempi però, sulla spinta della crisi economica, da più parti si sono registrati segnali verso l’adozione unilaterale dell’euro da parte di altri stati, membri e non, dell’Unione Europea.

Il Fondo Monetario Internazionale ha consigliato l’adozione unilaterale dell’euro all’Ungheria; in Islanda si discute la convenienza di adottare direttamente l’Euro piuttosto che seguire l’iter di adesione piena all’Unione Europea; in Serbia, Bulgaria e Macedonia il dibattito è simile.

A questi dibattiti per ora non sono seguite adozioni unilaterali effettive, per quale motivo?
Economicamente, un paese eurizzato dovrebbe sostenere il costo una tantum di convertire tutti i prezzi in euro (quello che è successo agli europei nei primi mesi di adozione della moneta unica) e dovrebbe essere pronto a perdere la propria sovranità monetaria: niente più signoraggio, niente più svalutazione per sostenere le esportazioni, niente più Banca Centrale come prestatore di ultima istanza. Questi sono rischi che un paese come l’Islanda, che ormai ha un sistema finanziario a pezzi, sarebbe più che disposta a correre.
Per i membri dell’Unione Europea la ragione è legale: l’adesione all’UE comporta il rispetto dei Trattati, tra cui quello di Maastricht.
Per un paese ufficialmente condidato come l”Islanda o la Macedonia, le ragioni sono di opportunità politico-diplomatica: non avrebbe senso “guastare” tutto il percorso di adesione con una mossa unilaterale del genere, anche perché l’appartenenza all’Unione Europea non si esaurisce nell’adozione dell’Euro, bensì nella condivisione di valori e di responsabilità che vanno oltre la semplice “stabilità finanziaria”.

A livello di paesi extra-UE (o ritenuti tali), però, niente impedisce l’adozione unilaterale di una moneta straniera, così come in passato niente hanno rischiato quei paesi che hanno adottato il dollaro.
Riuscite a immaginare se un giorno la Turchia adottasse l’euro unilateralmente? Potrebbe benissimo essere l’ultima disperata mossa da parte di un paese che da cinquant’anni sta facendo di tutto (o quasi) per farsi accettare dall’Europa; un bel colpo per la politica europea. A chi conviene l’eurizzazione?

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Dagli antichi tribunali dell’acqua ai moderni impianti di riuso: Valencia avanguardia europea della gestione intelligente dell’acqua

3 Settembre 2009

La comunità autonoma valenciana sta facendo pressioni sull’UE perché sviluppi una politica di promozione dell’uso “intelligente” dell’acqua secondo il modello delle energie rinnovabili, visto che il consumo mondiale di acqua triplicherà nei prossimi dieci anni.

Nelle palude di Albufera, pochi chilometri a sud della città di Valencia, è difficile credere che la regione sia spesso colpita dalla siccità e che abbia una lunga tradizione di gestione della scarsità idrica. Separato dal mar Mediterraneo da una barriera naturale di sabbia, il lago di 27 chilometri quadrati è circondato da acquitrini e da risaie. “La paella da qualche parte doveva pur venire”, dice una guida ai visitatori del parco nazionale di Albufera.

Una fonte importante di irrigazione del riso è il riciclo dell’acqua di Valencia, città di 800mila abitanti. L’impianto di depurazione delle acque di scarico del valore di 15 milioni di euro è stato finanziato all’80% dal fondo di sviluppo regionale dell’UE e funzionerà almeno fino al 2025.

I sistemi di irrigazione intelligente e il ri-uso della pioggia e dell’acqua di scarico sono solo alcuni esempi di quello che l’università locale e i centri di ricerca stanno sviluppando e realizzando nella regione.

Dato che il consumo globale di acqua dovrebbe triplicare nei prossimi dieci anni e che il consumo di energia dovrebbe raddoppiare nello stesso periodo, l’UE deve essere più attiva in questo campo, dice Juan Manuel Revuelta, capo della delegazione valenciana a Bruxelles.

“Vorremmo vedere tra pochi anni, un’iniziativa della Commissione Europea ‘acqua intelligente per l’Europa’ – che porti una migliore gestione dell’acqua e una migliore comunicazione, in modo simile a quello che viene fatto per le energie rinnovabili”, dice a margine di una scuola estiva chiama “Acqua – impegno per il nostro futuro” organizzata dall’Assemblea delle Regioni d’Europa a Valencia tra il 24 e il 28 agosto.

Revuelta ha detto di essere compiaciuto nel vedere 15 progetti concreti siglati tra varie regioni europee con lo scopo di intercettare i fondi europei.

“Un progetto riguarda la stesura di una legislazione regionale e nazionale che faciliti le costruzioni ecodesign che permetterebbero alle persone di raccogliere l’acqua piovana per riutilizzarla nell’irrigazione o per il gabinetto”, dice Revuelta.

Malta e Valencia partecipano al progetto, ma anche altri paesi non membri dell’UE, come la Giordania, hanno espresso il loro interesse.

L’esperienza di oltre 700 anni di Valencia con i Tribunali dell’Acqua viene usata per un altro progetto riguardante gli strumenti legislativi e di governo che hanno lo scopo di prevenire e gestire i conflitti legati all’acqua tra Israele e Palestina. Il tribunale valenciano dell’acqua consiste di sette giudici eletti che riuniscono ogni giovedì in una piazza pubblica per dirimere le dispute tra i contadini. I verdetti sono vincolanti, riconosciuti dalla costituzione spagnola e non si può fare ricorso in tribunale contro di essi.

L’acqua nell’agenda UE

La deputata europea Danuta Hübner (Polonia), presidente della commissione sviluppo regionale, dice che l’acqua sarà una “priorità principale” nella politica regionale UE.

“Ci sono regioni che richiederanno specifiche risposte, perché saranno colpite più delle altre da siccità, alluvioni o scarsità di acqua. Ecco perché, ora più che mai, la politica regionale europea 2007-2013 sarà ambiziosa nella sue iniziative ambientali a livello locale e regionale”.

La Hübner fa riferimento alla strategia per il Mar Baltico, messa a punto quando era commissaria europea per gli affari regionali, che ha lo scopo di salvare il mare dalla morte se le regioni che vi si affaccianto coordineranno le loro azioni ambientali.

Klaus Klipp, segretario generale dell’Assemblea delle Regioni Europee, sottolinea il bisogno di creare delle lobby regionali per combattere su questioni comuni europee, come la scarsità di acqua e la siccità. La scelta della Spagna come sede per questa scuola estiva non è stata casuale visto che il paese iberico è il membro UE più minacciato dalla desertificazione e dalla siccità.

Fonte:
EUobserver: http://euobserver.com/9/28594


Berlino si prepara per il ventennale della caduta del Muro (Mauerfall 2009)

28 Agosto 2009

Nel 2009 ricorre il ventennale della caduta del Muro di Berlino (9 novembre 1989), una data che è diventata un simbolo: della fine del comunismo e delle ideologie, della fine della Guerra Fredda, della fine del Secolo Breve, di un nuovo inizio per la Germania, per l’Europa unita e per il mondo…

In questo blog, negli ultimi tempi, ho raccolto e anche scritto alcuni articoli riguardanti questo tema, che sono raggiungibili cliccando su questo logo, presente anche nel lato destro della home page.

Logo Berlino 89-09Io, se tutto va bene, il 9 novembre 2009 sarò a Berlino e cercherò, se non proprio “live”, di fare un reportage dalla capitale tedesca. Ho visto anche che ultimamente l’espressione “muro di Berlino” e “caduta muro di Berlino” hanno generato molto traffico verso questo blog, quindi ho pensato che molti fossero interessati al tema. Per questo scriverò delle iniziative che la città di Berlino e altri enti culturali e istituzionali hanno organizzato in vista dell’anniversario della Mauerfall, anche per permettere a quanti abbiano intenzione di recarsi sul luogo, di prepararsi in tempo, un elemento chiave per i viaggi low-cost ;)

Testimonianze sempre presenti

Parliamo innanzitutto dei resti del muro e della ex-DDR che sono visitabili tutto l’anno: punto di partenza è il memoriale di Bernauerstraβe, nella parte nord della città (ne ho parlato in questo articolo), in cui è conservata una buona parte di Muro con numerosi testi informativi; nella parte sud della città c’è invece la East Side Gallery, tratto di muro affrescato da artisti subito dopo la fine della DDR e recentemente restaurato, non senza polemiche (ne ho parlato in questo articolo).
Vicino al Checkpoint Charlie c’è un museo dedicato al muro, al suo impatto sulla vita quotidiana dei berlinesi e ai numerosi tentativi di fuga operati, con alterne fortune, dai tedeschi dell’est nell’arco dei 28 anni di esistenza del muro.
Esiste anche un museo dedicato alla DDR, la Repubblica Democratica Tedesca, che però non ho ancora visitato così come non ho visitato il centro di detenzione della STASI, la polizia segreta della DDR, in cui i sospetti “agitatori” o “sovversivi” venivano torturati, psicologicamente e fisicamente. Le visite guidate al centro di detenzione avvengono insieme agli ex-detenuti che raccontano la loro esperienza ai visitatori.
Sempre a proposito di STASI, è possibile visitare la mostra organizzata al Centro Informazioni e Documentazioni della STASI.

Un’occasione speciale

In occasione del ventennale, come dicevo, sono state organizzate molte mostre, escursioni e dibattiti in città che riguardano il periodo della città divisa, i giorni della caduta del muro e lo sviluppo di Berlino in questi ultimi venti anni.

Nei punti più significativi di Berlino, ad esempio Potsdamer Platz, sono state installate enormi frecce rosse che indicano pannelli informativi con spiegazioni sull’evoluzione della città nel corso degli ultimi anni.
Ad Alexanderplatz c’è una mostra fotografica aperta 24 ore su 24 riguardante le manifestazioni di piazza contro il regime che sono sfociate poi nella caduta del muro. Un iniziativa simile è stata preparata anche al Checkpoint Charlie mentre un’altra mostra riguardante i giorni della caduta si terrà presso Stiftung Brandeburger Tor.

Lo Stadtmuseum, oltre a una mostra, ha preparato un’installazione di realtà virtuale sull’impatto del muro sulla città. Altre mostre sul muro sono state organizzate dall’Ambasciata del Canada e dall’Artodrome.

Esposizioni altrettanto interessanti sono quelle organizzate dalla Berlinische Galerie, in cui 20 artisti mostrano i cambiamenti di Berlino negli ultimi venti anni; quella sul confronto tra la divisone delle Germanie e quella delle Coree alla Neue Gesellschaft für Bildende Kunst; quella della Faceland Gallery che documenta alcune performance artistiche avvenute nella notte del ventesimo anniversario della costruzione del muro nel 1981; quella sulla visita di Kennedy a Berlino, quando pronunciò la frase “Ich bin ein Berliner“, organizzata dal Kennedys Museum; la mostra organizzata dal Museo del cinema di Potsdamerplatz (https://www.wir-waren-so-frei.de/); quella all’Historisches Museum (Art of Two Germanys).

Chi volesse approfondire l’argomento “confine”, oltre al Museo di Check point Charlie, segnalo la visita all’ex-centro rifugiati dalla Germania Est (che ora ospita i rifugiati politici) di Marienfelder Allee 66, con rievocazioni sull’uso della S-bahn come mezzo di fuga dall’est all’ovest; interessante anche la fabbrica di am Flutgraben che si trovava sul confine fluviale e il Museo dei Pompieri.

Dal 7 al 9 novembre si terrà poi alla Porta di Brandeburgo il Festival della Libertà e la Dominoaktion, la disposizione di tessere di domino giganti decorate da artisti di tutto il mondo lungo una parte del percorso del muro e che saranno fatte cadere il 9 novembre.
Sempre per il 9 novembre è prevista una cerimonia di commemorazione presso il memoriale di Bernauerstraβe  e una passeggiata dalla stazione di Bornholmerstraβe alla Porta di Brandeburgo con una sfilata di Trabant da est verso ovest, come accadde appunto venti anni fa.

Concludo ricordando che tutte le iniziative in programma sono consultabili sul sito www.mauerfall2009.de: ad esempio non ho elencato tutti i dibattiti che si terranno in città e molte altre cose…

AGGIORNAMENTO 30 ottobre 2009: Ho scoperto ieri un’altra bella iniziativa: la sera del 9 novembre, prima della Dominoaktion, 33mila persone,  divise in gruppetti di 100, formeranno una catena umana sull’intero percorso del vecchio Muro di Berlino. Chi vuole partecipare deve iscriversi online al sito http://www.mauer-mob.com/home.php

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Un passaporto rumeno è la chiave per entrare in Europa dei giovani moldavi

9 Agosto 2009

Dalla sua piccola camera nel polo universitario di Bucarest, Andrei Babcinetchi scorge un campo sportivo di cemento e dei condomini che risalgono all’epoca comunista. Questo non è ancora l’Occidente che sogna questo studente moldavo, ma è un primo passo: il soggiorno in Romania è un passaggio obbligato per i candidati all’emigrazione verso l’Ovest venendo dal suo paese. “Sono iscritto all’Accademia di studi economici”, spiega lo studente. “Entro due anni avrò la mia laurea e conto di continuare i miei studi nell’europa occidentale. Se fossi rimasto in Moldavia, non avrei avuto nessuna possibilità. La Romania è nell’Unione Europea e il diploma che otterrò a Bucarest sarà riconosciuto in tutti gli stati membri. Non vogliamo essere isolati dal resto del mondo. Noi apparteniamo all’UE”.

Sulla scia di Andrei Babtcinetchi, decine di migliaia di giovani moldavi sono venuti a studiare in Romania, spinti dal desiderio di Europa. Richiedono un passaporto rumeno, considerato il loro lasciapassare per lo spazio Schengen dell’UE.

La Moldavia è un antico territorio rumeno annesso dall’Unione Sovietica dopo la seconda guerra mondiale. I due terzi dei 4 milioni di moldavi è romanofono, l’altro terzo è russofono. Resasi indipendente dopo il crollo dell’Unione Sovietica nel 1991, la Moldavia si è impoverita dopo il ritorno al governo del Partito Comunista nel 2001. L’adesione della Romania all’UE, nel 2007, ha reso questo paese molto attraente per la giovane generazione dei moldavi romanofoni. “La Moldavia non è pronta ad integrarsi nell’UE, afferma il sociologo Dan Dungaciu. Questi giovani vogliono integrarsi nell’UE individualmente. La loro chiave è la nazionalità rumena.”

Il 14 prile, il presidente rumeno Traian Basescu si è rivolto al Parlamento per sostenere la causa moldava. “Non possiamo accettare che la nuova generazione moldava non possa venire a studiare in Romania o negli altri paesi europei”, ha dichiarato. Il capo dello stato ha chiesto al governo di Bucarest di accelerare le procedure per permettere il rilascio del passaporto per i moldavi romanofoni. Da allora, 800mila domande di passaporti sono state depositate presso il consolato rumeno di Chisinau, la capitale moldava.

Repressione e censura

La nuova politica di Bucarest  avvelena le relazioni tra i due paesi. Le tensioni rumeno-moldave hanno raggiunto un punto critico nel momento delle elezioni legislative del 5 aprile. I manifestanti avevano incendiato Chisinau, dove i giovani avevano finito per mettere a fuoco il Parlamento. L’opposizione democratica ed europeista aveva contestato la vittoria dei comunisti, capeggiati dal presidente Vladimir Voronin, vicino alla Russia.

Il capo di stato moldavo aveva accusato la Romania di aver provocato i disordini di Chisinau per annettersi la Moldavia. Aveva imposto un blocco dei visti per i cittadi ni rumeni. La repressione violente delle manifestazioni anticomuniste a Chisinau non ha fatto che aumentare la collera di Basescu davanti ai parlamentari rumeni: “Nel XXI secolo, ci troviamo davanti all’assenza dello stato di diritto, alla discriminazione etnica, alla repressione degli oppositori, alla censura”, ha dichiarato. “Tutti questi elementi creano un’atmosfera di tensione”.

La vittoria dell’opposizione anticomunista alle elezioni anticipate del 29 luglio dovrebbe pacificare le relazioni tra i due paesi. Gli studenti moldavi in Romania, gioisconooggi della loro vittoria. “Possiamo finalmente parlare seriamente di una integrazione nell’UE, afferma Andrei Babtcinetchi. Abbiamo preso velocemente gusto per la libertà”.

Il Partito Comunista resta comunque la prima forza del paese, avendo ottenuto 48 seggi contro un totale di 53 seggi per i partiti di opposizione. Avranno probabilmente il loro spazio nel dibattito politico, in particolare perché ci vogliono 61 voti in Parlamento per eleggere il nuovo presidente. Ma, aldilà della matematica elettorale, il risultato delle elezioni ha dato nuova linfa ai moldavi che aspettano di ottenere un passaporto rumeno. “Secondo le nostre previsioni, circa due milioni di moldavi acquisiranno la nazionalità rumena” ha concluso il presidente Traian Basescu. Ossia la metà della popolazione moldava.

Mirel Bran

Fonte:
Le Monde: http://www.lemonde.fr/europe/article/2009/08/08/un-passeport-roumain-sesame-de-l-union-europeenne-pour-de-nombreux-moldaves_1226780_3214.html

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Da 50 anni la Turchia bussa alla porta dell’Europa

9 Agosto 2009

La Turchia ha festeggiato un triste anniversario: sono infatti 50 anni che bussa alla porta dell’Europa, con alcuni entusiasti che sperano che il recente accordo con l’UE sul gasdotto Nabucco possa accelerare la candidatura di Ankara all’entrata nell’Unione Europea.

Il paese eurasiatico di 74 milioni di abitanti ha vissuto il 31 luglio il cinquantenario del primo annuncio ufficiale di candidatura all’entrata nell’UE, che allora si chiamava Comunità Economica Europea.

Nello stesso giorno del 1959, il primo ministro turco Adnan Menderes fece la prima richiesta di entrare nel blocco economico degli allora sei paesi: Belgio, Francia, Germania, Italia, Lussemburgo e Paesi Bassi, creato solo due anni prima, nel 1957.

La candidatura di Ankara arrivò prima che altri paesi considerati oggi pezzi grossi dell’UE, come la Gran Bretagna e la Spagna, entrassero nell’attuale club dei 27, procedendo però molto lentamente e con dubbi sempre presenti sullo scopo ultimo delle relazioni e dei contatti reciproci tra Turchia ed Europa.

All’inizio, la CEE respinse la candidatura turca. Nel 1963, tuttavia, le due parti adottarono un accordo di associazione che parlava anche di prospettiva di entrata nel club per la Turchia. Ma ci sono voluti quasi 40 anni per Ankara per acquisire lo status di candidato ufficiale e sei anni ancora per dare il calcio di inizio (2005) alle trattative sulle condizioni per l’entrata nel blocco.

“Il nostro paese non può più tollerare perdite di tempo e riinvii”, ha detto Egemen Bagis, caponegaziatore della Turchia con l’UE, in un discorso sull’anniversario di cui il paese si ricorda ma “non per festeggiare”.

“Dobbiamo imparare dagli errori del passato, assumerci le nostre responsabilità e raggiungere l’obiettivo di essere membri a piento titolo il più presto possibile”, ha aggiunto Bagis, sottolineando la determinazione di Ankara a continuare sulla strada delle riforme.

Dopo quattro anni di negoziati di adesione, la Turchia ha aperto 11 dei 35 capitoli riguardanti le varie materie politiche in cui la legislazione nazionale del paese candidato deve essere riformata per adeguarsi a quella europea.

Dall’inizio, il processo di eapertura e chiusura provvisoria dei capitoli di negoziazione è stato fermato per i disaccordi con Cipro – visto che tutti i membri dell’UE devono dare il loro benestare formale a tutti i progressi nei negoziati dei candidati.

La disputa tra i due paesi risale all’invasione turca di Cipro nel 1974, che ebbe luogo 5 giorni dopo il colpo di stato ispirato dalla Grecia. Ankara è stata presente con le sue truppe nella parte settentrionale dell’isola, unico stato a riconoscere ufficialmente la Repubblica Turca di Cipro Nord.

Nel 2006, l’UE ha deciso di bloccare otto capitoli dei negoziati per il mancato rispetto da parte di Ankara dei suoi impegni riguardanti Cipro, soprattutto il suo rifiuto di accettare le navi e gli aerei ciprioti  nei suoi porti e nel suo spazio aereo.

Il gasdotto Nabucco

Recentemente Nicosia ha rifiutato di dare il suo assenso alla chiusura del capitolo energia della Turchia a causa delle mosse di Ankara contro gli sforzi ciprioti di sfruttare le risorse energetiche dell’isola al largo della costa meridionale.

Paradossalmente, la Turchia è vista come un alleato chiavere nella futura cooperazione energetica che potrebbe aiutare a rompere la dipendenza energetica del blocco dalla Russia. Il 13 luglio, è stato firmato un accordo intergoverantivo tra i cinque primi ministri di Turchia, Romania, Bulgaria, Ungheria e Austria sulla costruzione del gasdotto Nabucco.

Il progetto, sostenuto sia dall’UE che dagli Stati Uniti, dovrebbe diversificare gli attuali fornitori e reti di fornitura per l’Europa, pompando il gas da Erzurum in Turchia a Baumgarten an der March in Austria.

Parlando alla cerimonia della firma a luglio, il presidente della Commissione Europea José Manuel Barroso ha fatto notare che il gasdotto potrebbe migliorare le chance per la candidatura turca.

“Credo che con l’arrivo del gas – e alcuni esperti hanno detto che questo avverrrà nel 2014 -  questo accordo aprirà una nuova era fra UE e Turchia”, ha detto Barroso, aggiungendo: “I gasdotti saranno anche fatti di acciaio, ma il Nabucco può cementare i collegamenti tra i nostri popoli”.

Alcuni esperti turchi avvertono però che queste speranze in ankara potrebbe rivelarsi irrrealistiche.

“Ci sono molti paesi con cui l’UE commercia in modo esteso; tuttavia, l’UE non ha dato alcuna speranza di entrare a nessuno di essi. Penso che sarebbe sbagliato collegare il discorso-Nabucco al discorso-UE”, ha detto Emre İseri, professore dell’Università Kadir Has.

Lucia Kubosova

Fonte:
EuObserver: http://euobserver.com/9/28515

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Total vuole chiudere alcune raffinerie: conseguenza della crisi o riduzione dell’offerta per far salire i prezzi?

3 Agosto 2009

Il gruppo petrolifero francese ha intenzione di “chiudere temporaneamente alcune unità” delle sue raffinerie europee. Indubbiamente con importanti incidenze economiche e sociali.

“Ci sono certamente troppo prodotti sul mercato attualmente. La produzione delle raffinerie è troppo elevata”, ha indicato ieri Patrick de la Chevardière, direttore finanziario del gruppo petrolifero francese, in una conferenza telefonica con degli analisti finanziari. “Abbiamo intenzione di chiudere temporaneamente alcune unità nelle raffinerie”, ha aggiunto.

Margini molto bassi

Primo raffinatore dell’Europa occidentale, Total utilizza undici raffinerie ed ha interessi in una raffineria in Germania e in altre quattro in Spagna.

“I margini della raffinazione sono al momento molto bassi, tra i 10 e i 15 dollari a tonnellata”, ha spiegato il direttore finanziario. Questi margini erano in media di 40,2 dollari alla tonnellata nel secondo trimestre 2008.
“In questo ambiente, può interessante ridurre il tasso di utilizzo e la produzione delle raffinerie. Al momento stiamo studiando la questione”, ha ripetuto.

Attività ciclica

Il gruppo ha previsto di sopprimere 555 posti di lavoro da qui al 2013 nelle sue attività di raffinazione e di petrolchimica in Francia, nel quadro di un piano di ristrutturazione.

“La raffinazione è un’attività centrale di Totale, è un’attività ciclica, e abbiamo le risorse e la volontà di prendere le misure necessarie per prepararci alla ripresa”, ha rassicurato tuttavia de la Chevardière, evidentemente conscio che semplice evocazione di possibili chiusura di siti di raffinazione – anche se temporaneamte – rischia di essere percepita come un segnale forte e negativo, con delle ripercussioni economiche e sociali importanti.

Il gruppo petrolifero ha realizzato un profitto di 1,7 miliardi di euro nel secondo trimestre, il minor profitto da dieci anni a questa parte, sotto l’effetto del forte calo del prezzo del petrolio e di una nuova diminuzione della produzione di idrocarburi.
“L’ambiente attuale è molto diverso da quello che conoscevamo all’inizio dell’anno”, ha sottolineato de la Chevardière.

“Anche se la domanda non si è ancora assestata, non è più in caduta in libera. I prezzi del petrolio sembrano mantenersi al di sotto dei 60 dollari al barile in media, che è un livello molto positivo per noi”, ha aggiunto.

Fonte:
France Soir: http://www.francesoir.fr/economie/2009/08/01/total-raffineries.html

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Il turismo spagnolo non è più così a buon mercato

1 Agosto 2009

Ogni anno appaiono nuove destinazioni che competono con le coste spagnole a prezzi inferiori. Il governo prevede una discesa del 10% negli arrivi di turisti credendo però, insieme alle associazioni di imprenditori del settore, che il problema sia la crisi.

La Spagna ha smesso di essere l’unica destinazione turistica di sole e spiagge nella mente di molto viaggiatori. Resta lontano il boom turistico degli anni ‘60 in cui le coste spagnole diventarono la destinazione preferita dei turisti stranieri con la conseguente esplosione immobiliare che si è avuta negli anni ‘90.

Nella lista delle destinazioni “sole e spiaggia” che competono oggi con le scoste spagnole si trovano paesi come l’Italia, Malta, Marocco, Tunisia, Messico o Croazia, con prezzi molto attraenti che hanno fatto perdere competitività alle nostre mete.

Le ultime cifre sono una prova della rivalità tra mete turistiche, acuita dalla crisi economica attuale. Nei primi sei mesi dell’anno sono arrivati in Spagna 23,6 milioni di turisti, l’11,4% in meno dello stesso periodo del 2008. Inoltre il mese di giugno ha registrato una caduta del 10%, con un calo in particolare di visitatori tedeschi e britannici che rappresentano circa il 48% dei turisti che sono venuti in Spagna nel primo semestre.

In contrasto, le previsioni dell OMT per questo 2009 anche se hanno avvertito del fatto che il turismo internazionale avrebbe potuto rallentare o diminuire tra l’1 e il 2%, segnalavano un leggero aumento nei paesi caraibici – come è già accaduto nel 2008 con un incremento annuale dell’1,2% – insieme a Marocco e Tunisia.

Il governo stima per quest’estate un calo del 10% negli arrivi di turisti in Spagna. Davanti a questa situazione la settimana passata il Consiglio dei Ministri ha approvato uno stanziamento di più di 1.030 milioni di euro per il settore turistico.

Questi aiuti non saranno però utili a risolvere la lotta di prezzi in cui gli alloggiamenti alberghieri spagnoli offrono tariffe superiori a quelle delle nuove mete turistiche emergenti “sole e spiaggia”. La principale misura di questo pacchetto è l’apertura di una linea ICO [Instituto de Crédito Oficial, dipendente dal Ministero dell'Economia] di 500 milioni di euro di aiuti per le imprese del settore che pontenzino la sostenibilità energetica e l’accessibilità degli stabilimenti.

Competitori

La Spagna ha visto come mete turistiche privilegiate per il sole e le spiagge come El Puerto de Santa Marìa, Benidorm, Ibiza o Tenerife debbano competere con destinazioni come Marrakesh, Saint Julian’s, Dubrovnik o Cancùn.

Tra i rivali classici delle coste spagnole di trova l’isola italiana della Sicilia che offre lo stesso insieme di attrazioni unito a rovine greche, parchi naturali o castelli.

Di fronte alla Sicilia, Malta si posiziona come meta emergente nel Mediterraneo a prezzi molto attraenti, intorno circa il 10% meno cari della costa spagnola.

I paesi dell’Africa settentrionale eguagliano l’offerta della Spagna in materia di hotel di lusso a prezzi bassi, fino a un 20% inferiori, in città come Marrakech, Djerba o Tunisi.

L’influenza A potrebbe essere la causa del calo dei prezzi in mete come Cancùn o Punta Cana. Naturalmente, questa diminuzione del costo sembra avere incentivato anche i viaggi sulla costa caraibica visto che alcuni hotel hanno già il tutto esaurito per il mese di agosto.

L’ultima arrivata è stata la Croazia. Il paese sta vivendo un’autentica esplosione del turismo costiero con un offerta chiara: il Mediterraneo così come era. Questo è il maggiore stimolo che rende praticamente impossibile trovare alloggio in posti come l’Istria.

Gli imprenditori, in attesa dell’uscita dal tunnel

Le associazioni delle agenzie di viaggio credono che il turismo “sole e spiaggia” continuerà ad esistere in Spagna e imputano la diminuzione del numero di turisti all’attuale crisi economica.

Rafael Gallego, presidente della Federaciòn Española de Agencias de Viajes pensa che “se confrontiamo i prezzi struttralmente, è certo che la Spagna può iniziare a perdere, ma se confrontiamo le coste spagnole con altre mete come la Repubblica Dominicana e il Marocco, la qualità che offrono i nostri alloggi è superiore”.

Gallego afferma che “la destinazione mondiale di sole e spiaggia per il rapporto qualita-prezzo continua ad essere la Spagna”.

Da parte sua, il presidente dell’Asociación Empresarial de Agencias de Viajes Españolas (AEDAVE), José Manuel Maciñeiras assicura che “è certo che esiste un effetto di competenza, ma i turisti che hanno smesso di venire in Spagna sono quelli che stanno smettendo di viaggiare perché hanno perso potere d’acquisto”.

Entrambi i direttori affermano che il calo degli arrivi dei turisti sta avvenendo in tutti i paesi, incluse le destinazioni che competono con le coste spagnole.

I rappresentanti delle associazioni di categoria concordano sulla necessità di evoluzione del turismo costiero spagnolo che dovrà combinarsi con il turismo culturale, nautico, gastronomico, per disporre di un’offerta differenziata. Sotto questo aspetto affermano che la diversità del territorio spagnolo è un punto a favore.

E. R. Valdehita

Fonte:
Expansiòn: http://www.expansion.com/2009/07/31/economia-politica/1249071940.html

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Gli svedesi sono gli europei con le ferie più lunghe

1 Agosto 2009

Con una media annuale di 33 giorni di ferie, gli svedesi sono molto avanti rispetto alle loro controparti europee nel godersi le vacanze, secondo il nuovo rapporto di un’agenzia dell’Unione Europea.

Gli svedesi sono anche fra quelli che passano il minor tempo al lavoro a settimana, quasi un’ora sotto la media UE.

Il rapporto della Fondazione europea per il miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro (Eurofound) viene pubblicato ogni anno e mostra una tendenza generale dei cittadini UE a passare meno tempo al lavoro e ad essere più stressati.

“Pubblichiamo il rapporto da 10 anni e ci siamo accorti di una certa riduzione delle ore di lavoro. La tendenza è leggera ma costante”, dice Camilla Galli da Bino di Eurofound a The Local.

Gli svedesi godono di una media di 33 giorni di ferie all’anno “per contrattazione collettiva”, secondo il rapporto, mentre la media UE è 25,2. I secondi in questa classifica sono i vicini danesi e i tedeschi con 30 giorni, mentre i ciprioti e gli estoni ne hanno 20.

“Gli svedesi sono sempre primi in questo campo. Generalmente si può dire che i paesi dell’allargamento lavorino di più e abbiano meno vacanze, ma gli svedesi sono di un altro livello”, dice Galli da Bino.

Per gli svedesi è più comune anche prendere periodi di vacanza più lunghi. Menrte una comune vacanza estiva nel Regno Unito è di due settimane, gli svedese hanno l’abitudine di prendere quattro settimane consecutive.

Nonostante le lunghe vacanze, la Svezia è anche fra i paesi con la minore settimana lavorativa “per contrattazione collettiva” – con 37,5 ore solo il Regno Unito, la Danimarca e la Francia ne hanno una minore.

In questi ultimi dieci anni Eurofound ha scoperto che nell’UE a 15, le ore lavorative contrattate sono scese dell’1,8% da 38,6 ore a 37,9.

I 12 nuovi stati membri hanno gonfiato queste cifre, visto che solo due hanno una settimane lavorative di lunghezza minore della media UE.

Il rapporto mostra anche il numero di ore lavorative effettive per cui la Svezia ha una media di 39,6, 0,8 ore sotto la media UE, e 2,2 ore sotto i romeni che lavorano 41,8 ore.

La Svezia ha anche uno dei minori limiti massimi di ore di lavoro alla settimana con 40 ore, solo il Belgio è sotto con 38. La Direttiva UE sull’orario di lavoro stabilisce un massimo di 48.

The Local ha tentato di contattare un rappresentante svedese di Eurofound per ulteriori commmenti sul rapporto, ma non c’è riuscito perché era in ferie fino a metà agosto. [Più significativo di qualsiasi altro commento]

Peter Vinthagen Simpson (news@thelocal.se/+46 8 656 6518)

Fonte:
The Local: http://www.thelocal.se/21032/20090731/
Il rapporto di Eurofound: http://www.eurofound.europa.eu/eiro/studies/tn0903039s/tn0903039s.htm

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